FOGOLÂR FURLAN, PITTONI: ‘UNA RISORSA NON UTILIZZATA AL MEGLIO’

Francesco Pittoni adagiato vicino al tipico Fogolâr

di Danielle Maion

Francesco Pittoni, presidente del Fogolâr Furlan di Roma dal 2014, vanta una lunga appartenenza al sodalizio romano di cui è socio dal 1964.
Nato a Roma il 28 dicembre 1942, è figlio di Giacomo originario di Imponzo di Tolmezzo (Ud). Dopo la laurea, Pittoni è impegnato in numerosi progetti che riguardano impianti petrolchimici, siderurgici e opere infrastrutturali, realizzati in Europa, Africa, Medio Oriente, Asia e America del Sud.
Pittoni è un friulano di seconda generazione ma non per questo meno legato al territorio d’origine della sua famiglia. Fa da scenografia all’intervista, la sua settecentesca casa di Imponzo.

Giardino di casa Pittoni

Si reca spesso in Friuli?
«Vengo in Carnia tre o quattro volte all’anno, cosa che facevo anche prima con mio padre, anche se la nostra permanenza nella casa di Imponzo era limitata al periodo estivo.»

Si sente quindi in qualche modo legato alla Carnia?
«Mi riconosco molto bene nella cultura locale con cui ho sempre avuto modo di confrontarmi. La mia permanenza sul territorio carnico non è quindi vissuta come uno stacco da Roma, bensì come un percorso naturale. Un senso di identità e appartenenza rimane e lo dimostrano anche i giovani del Fogolâr di Roma che sono ormai “poco friulani”, ma ben presenti e attivi all’interno dell’associazione.»

Come vede il Friuli VG?
«In Friuli esiste un seme di cosmopolitismo per cui la sua gente è riuscita, nei secoli, a lasciare la propria terra ed anche a tornarci, a dimostrazione della sua capacità di affrontare il mondo senza mai fare venir meno la sua identità. C’è, da un lato, una forte integrità di questo territorio, nata dalle sofferenze e difficoltà del passato. Questo viene ben percepito da chi viene da fuori, ma non dalla comunità locale. Dall’altro lato, vi è quindi una mancata promozione delle eccellenze regionali ed è proprio questa integrità a dovere essere promossa. Gli stessi Fogolâr, 160 in tutto, presenti in ben 60 Paesi diversi, sono una risorsa e potrebbero essere utilizzati dal territorio a questo scopo ma ciò non avviene.» 

Percepisce una differenza tra presente e passato?
«Ho visto la Carnia con gli occhi di un bambino ma l’impegno profuso da mio padre nel promuovere progetti di sviluppo del territorio, e in particolare del suo paese d’origine, trovava le stesse difficoltà di oggi. Basta leggere il libro sullo “spopolamento in Carnia”, scritto da mio padre Giacomo e da Michele Gortani. Si vede chiaramente come la situazione presentata sia la stessa di oggi. L’unica differenza è che non è più giustificabile per un territorio sviluppato, con strade, infrastrutture, sistemi di comunicazione, ecc.»

Durante i suoi numerosi viaggi, ha potuto cogliere qualche somiglianza, affinità tra il popolo friulano e le genti di altre nazioni?
«Mi piace molto fare confronti e “studiare” le popolazioni diverse. In Asia, e in particolare in Thailandia, ho notato che le imprese locali, molto capaci e tecnologicamente evolute rispetto all’Italia di quegli anni, non funzionavano e ho cercato di capire il perché. Mancava loro la programmazione, l’organizzazione del lavoro. Quello di cui mi sono reso conto è che l’uomo non cambia mentre la donna è multitasking in tutte le culture ed è quindi al centro della vita sociale e lavorativa.»

Le sue esperienze più significative da “friulano nel mondo”…
«Dal punto di vista tecnico, la realizzazione del Storebælt bridge in Danimarca, un ponte di 1690 metri con campata sospesa, a quel tempo – anni ’90 – la più lunga al mondo. Si è trattato di un progetto all’avanguardia realizzato anche grazie alla grande capacità organizzativa danese. La Tailandia è stata invece un’esperienza importante dal punto di vista umano, mentre ho lavorato a diretto contatto con le imprese locali.»

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